L’intramontabile Jumpsuit

Indossare un abito vintage vuol dire ridare vita al passato e guardare verso il futuro. Lo sa bene la nostra amica Clara Nanut, creatrice del blog Gourmode, che per l’evento Clinique, a Marrakech, ha scelto una tuta direttamente dagli anni ’70.

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La tuta, o jumsuit, è un capo intramontabile, dona a ogni tipo di donna, slancia le forme, è facile da indossare e abbinare. Può essere al contempo glamour, casual, sportiva, rock o elegante, oltre ad essere perfetta sia “by day” che “by night”. Insomma, ragazze, la jumpsuit non conosce né stagioni né tempo!

Ma… qual è la sua storia? E da chi fu inventata?

È molto importante conoscere l’evoluzione di un capo e le sue origini, per capire chi siamo state e cosa potremmo diventare noi donne. Voglio ripercorrere con voi alcune tappe della tuta/jumpsuit, escludendo volutamente la sfera della moda maschile (sappiamo bene che la tuta fu scelta da Elvis, Mick Jagger, Freddie Mercury e David Bowie), dando rilevanza a donne, attrici, designer ed icone di stile che hanno deciso di indossare questo capo nell’arco della nostra storia.

La tuta nacque proprio nel nostro paese, a Firenze, nel 1919, per mano di due artisti futuristi Ernesto Michahelles, conosciuto come Thayaht, e Ruggero Alfredo Michahelles, in arte RAM. Il loro capo fu concepito come opposizione alla moda borghese. Infatti, il termine tuta deriva dall’adattamento del francese tout-de-même, “tutti uguali”. Il capo fu creato in due versioni, una femminile e una maschile: la versione femminile, con gonna a tubo, fu elaborata con stoffe poco costose e abbinata a scarpe senza tacco. Il capo non raggiunse il successo sperato.

In Russia, nel 1923, si fece largo la “Vars”, una tuta dedicata al proletariato senza differenziazione di sesso. Fu ideata dall’artista costruttivista Aleksandr Rodchenko e da sua moglie Varvara Stepanova. Durante gli inizi degli anni ’30, le donne statunitensi, sempre in avant-garde rispetto alle colleghe europee, indossavano il beach pyjama, una tuta casual usata per le vacanze al mare o al lago in diverse tonalità, fantasie e tessuti.

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Tornando in Europa, scoppiò la Seconda Guerra Mondiale e la stilista italiana Elsa Schiapparelli prese ispirazione dal mondo dell’aviazione e dai fatti di cronaca per la sua shelter-suit: una tuta femminile con punto vita e caviglie segnate e una mini-bag a tracolla. Nel 1941 nacque negli Stati Uniti la WAVES (Women Accepted for Volunteer Emergency Service), il servizio ausiliare femminile delle forze armate. Di questa divisione facevano parte le donne della Women Airforce Service Pilots e della Women in Aviation Maintenance. Entrambe le categorie indossavano la Zoot Suit, una tuta in cotone monocolore verde grigiastro. Questa divisa era stata concepita solamente per gli uomini e quindi molte allieve dovettero piegare le maniche e i pantaloni.

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Infatti, l’iconica Rosie the Riveter, fu raffigurata nel famoso poster We Can Do It! (1943), proprio con una Zoot Suit. Tra le 86,291 unità delle WAVES, le donne che si distinsero nella Seconda Guerra Mondiale furono: Jacqueline “Jackie” Cochran, Nancy Harkness Love, Elizabeth L. Gardner, Betty Gillies e Deanie Parish.

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Proprio in questo periodo nacquero anche le due eroine dei fumetti americani: Cat Woman (creato da Bob Kane e Bill Finger nel 1940) e Wonder Woman (creato da William Moulton Marston nel 1941). Il loro costume fu proprio una jumpsuit!

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Nonostante la guerra fosse finita, il modello aviation jumpsuit continuò a dettare legge e tendenza. Nel 1947, Toni Frissel, inviata di Harper’s Bazaar, fotografò una giovane amica di Pucci che indossava il modello da neve da lui disegnato. Il successo fu immediato e nel 1960 lo stilista, marchese e pilota aereonautico creò la linea “doposci romantica” in Emilioform, un tessuto da lui brevettato. Il mondo aerodinamico fu d’ispirazione anche per altri stilisti del tempo: Paco Rabanne diede il via alla cosiddetta “moda spaziale”, con le jumpsuit in materiale metallico e Pierre Cardin con le suits second skin collocate in scenari fotografici futuristi.

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Nel 1960, durante il Pitti venne presentato un modello jumpsuit couture creato dalla stilista e principessa Irene Galitzine, con pantaloni a palazzo. Le jumpsuit presero largo negli armadi delle star del cinema, sia dietro la cinepresa che fuori. Tra di loro troviamo Audrey Hepburn, Marilyn Monroe, Elizabeth Taylor e Grace Kelly.

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circa 1954: American film actress Marilyn Monroe (Norma Jean Mortenson or Norma Jean Baker, 1926 - 1962). (Photo by Baron/Getty Images)

Nel 1966, Helmut Newton in un suo scatto immortalò l’evoluzione della jumpsuit, quella che segnerà il passaggio dagli anni ’60 ai ’70: un unico pezzo con pantalone a zampa, firmato da Valentino. Nel 1970, la jumpsuit di YSL fu la prima a calcare la passerella della PFW: il suo modello di jumpsuit era di color bianco con maniche lunghe, colletto, pantalone palazzo arricciato in vita e due tasche laterali. Da quel momento iniziò l’era Gold-Jumpsuit. La regina del gossip, dal muso imbronciato, che fece innamorare milioni di spettatori dietro lo schermo, Brigitte Bardot, indossava la jumpsuit corta o lunga durante le sue vacanze a Saint – Tropez tra un flirt e un ciak. Con la fine degli anni ’60 e gli inizi dei’70 cominciò una nuova fase anche a livello sociale. I tre principali movimenti di minoranza emarginati fino ad allora (i diritti dei civili neri, gli omosessuali e il movimento femminista) cominciavano a far sentire la propria voce e a urlare i propri diritti all’interno della società. Le donne non sentivano più la pressione di seguire le convenzioni femminili, imposte dalla società maschilista, e cominciarono ad indossare ed integrare l’abbigliamento maschile, come giacche, camicie, cravatte e pantaloni a quello femminile.

Le jumpuit, con il loro carattere androgino, divennero protagoniste di tale “esigenza”. Caterine Milinaire, nel suo best seller americano “Cheap Chic” (1975), scrisse : “Cosa c’è di sbagliato nell’andare in un negozio militare o indossare una tuta di un meccanico o una divisa da operaio?”. Il libro rese la tuta ancora più popolare ed iconica. L’abbigliamento androgino fu scelto anche per la protagonista del film di Woody Allen “Io e Annie” (1977), interpretata da Diane Keaton, la quale indossava cravatte, giacche da uomo e in una scena una jumpsuit color rosa corallo.

Durante quel periodo la televisione trasmetteva numerosi telefilm polizieschi. Uno dei più famosi era senz’altro “Charlie’s Angels”. Le tre protagoniste, Sabrina Duncan, Kelly Garrett e Jill Munroe, tra una missione e l’atra, indossavano vari modelli di jumpsuit, tra cui una interamente fatta di paillettes.

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Il 1981 segnò una svolta epocale per il mondo musicale e televisivo: nacque il canale MTV. La musica passò da essere esclusivamente uditiva ad audiovisiva. Il singolo più ascoltato e venduto del 1986 fu “Papa Don’t Preach”, della giovane Madonna. La canzone affrontava il tema dell’aborto e della gravidanza adolescenziale, creando grande scandalo e contrasti con la Santa Sede. Nel video musicale la regina del Pop indossava una tuta nera con pantaloni fino al ginocchio e la parte superiore aveva lo scollo a cuore. Il video fu premiato ai World Music Video Awards e agli American Music Awards dello stesso anno, come video più popolare d’America, miglior video del mondo e migliore performance femminile.

Negli anni ’90 si assistette al fenomeno delle boy band e delle girl band. La più famosa band femminile fu senz’altro quella composta da 5 ragazze inglesi: le Spice Girls. Durante una performance, una componente delle Spice Girls, Mel B, conosciuta meglio come Scary Spice, indossò una jumpsuit in versione leopardata.

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Il nuovo millennio (XXI secolo) è caratterizzato da paure e opportunità. Si è rapidamente diffuso internet e il mondo ha scoperto l’era virtuale. Proprio nel 2000 uscì il secondo album della cantante pop Britney Spears, “Oops!… I Did It Again”. Nel video dell’omonimo album Britney indossava una tuta provocante in lattice di colore rosso. La rivista Billboard recensì l’album con queste parole: «Oops! è una miscela attentamente studiata di pop/funk, R&B e di power-ballad. (…) Oops!… posiziona stabilmente la Spears come una giovane donna che viene a patti con il suo potere interiore – e questo è un messaggio maledettamente buono da offrire a un pubblico suggestionabile».

Oggi le star che hanno scelto di indossare la tuta sul palco e fuori sono numerose, tra di loro ci sono: Rita O’Hara, Katie Holmes, Pink, Agyness Deyn, Keira Knightley, Sophie Marceau, Rihanna e Beyonce.

Per quanto riguarda la moda, il 2010 fu l’anno in cui le jumpsuit tornarono a dominare le passerelle fino ad oggi. Molti furono gli stilisti che presentarono una loro versione in passerella: Stella McCartney per l’estate 2010 propose una sua versione floreale; Alexander Wang per l’autunno-inverno 2011 scelse la seta; nel 2012 Diane von Fürstenberg volle un modello viola con cappuccio; la scorsa stagione Mulberryha optato per una versione leopardata. Per quest’autunno-inverno 2016/2017, la jumpsuit è presente nella collezione di Max Mara, Lacoste, Ermanno Scervino, Louis Vuitton e Courreges.

Siamo sicure che la jumpsuit o tuta dominerà ancora per molto gli scenari futuri della moda, ispirando artisti e stilisti ma soprattutto continuerà a caratterizzare la storia delle donne. Ora sta a voi scegliere un modello e indossarlo con fierezza.

P.S. La tuta indossata da Clara Nanut è in vendita  presso la boutique di Sine Modus, in via Sirtori 14, zona Porta Venezia (Milano).

Articolo a cura di Beatrice Adeante

Nata nel 1989, si laurea nel 2013 in Beni Culturali e nel 2016 in Storia e Società. Durante la sua laurea triennale trascorre un anno a Parigi, dove approfondisce la storia dell’arte moderna e contemporanea con i curatori del musée du Louvre e del Centre Georges Pompidou. Nel 2015 vince una borsa di ricerca internazionale che le permette di trascorrere tre mesi all’università della California di Los Angeles (UCLA), nel Dipartimento di Storia e Cinematografia. Ha scritto numerosi articoli su Vogue Italia per la sezione Encyclo e attualmente collabora con Lampoon. Le sue passioni sono il cinema, i libri, l’arte, i telefilm e il trekking.

 

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